lunedì, ottobre 30, 2006

Fili in sospeso, capitolo terzo

3.

"Che hai fatto in tutti questi anni, Noodles?" "Sono andato a letto presto."

(Robert De Niro: "C'era una volta in America")

In pochi secondi siamo l'uno di fronte all'altra. Cerco di darmi un contegno, mantenendo il sorrisino che mi sono stampato in faccia e inscrivendo cerchi immaginari sul palmo della mano destra con il bicchiere di plastica vuoto

"Allora eri tu quello che avevo intravisto all'oratorio." mi dice. ('Non diventare rosso non diventare rosso non diventare rosso')

"Già." rispondo, sempre sorridendo.

Doppio bacio sulle guance, come vuole la buona creanza.

Sono quattro anni che non la vedo e sembra ieri. Che fai, come vanno gli studi, gli esami, la tesi, niente di tutto questo. Non è importante, non è il nocciolo della questione. Il nocciolo lo trova lei, subito.

"Perchè non mi hai più chiamato?" mi chiede.

Che le rispondo? Mi scusi professore non sono preparato ho studiato ma non ho ripassato domani vengo volontario?

"Perchè chiamarti?" comincio. "Tu hai la tua vita, io la mia. Meglio così, vedersi quando vuole il caso." e sottolineo la frase con un gesto vago della mano col bicchiere ('Che ganzo che sono!').

"E poi," continuo, "hai fatto caso alle stranezze del destino? Fra quattro giorni sono dieci anni che ci conosciamo."

Questa era da Harmony, lo so, così zuccherosa da far venire il diabete, ma alle donne piace che uno si ricordi queste date. Soprattutto piaceva a lei.

Infatti.

"Già" dice, e sorride. "E' vero. Non credevo te lo ricordassi."

"Ma in fondo le date sono numeri e basta, non contano nulla." Bevo un sorso di spumante, così da creare una pausa ad effetto, poi continuo. "Sono i fatti che danno importanza alle date."

Poso il bicchiere vuoto su un tavolo vicino. "Comunque, a parte la tua telefonata dell'anno scorso, era un bel pezzo che non ci si vedeva."

"Ormai a Castagno vengo solo a Natale e a Pasqua, e tu non ci sei mai stato. Ho rivisto Matteo, Gianni, Giampiero, ma te...." si blocca per un momento. "Cosa hai fatto di bello in tutto questo tempo?" mi chiede, con una brusca sterzata del discorso.

('Sono andato a letto presto') "Mah... Niente di particolare. Studio, esami, amici... le solite cose." Mi porto un dito alle labbra e mi faccio pensieroso per un attimo, poi porto il discorso su di lei: "Te invece sei cambiata. Ora sei bionda... Sapevo che c'eri, ma non ero riuscito a vederti, non ti avevo riconosciuta, per questo non..." Cerco di giustificarmi, falso come l'ottone, ma ci crede.

Tutto procede alla perfezione. No, proprio tutto no. Con la coda dell'occhio vedo un tizio alto, con gli occhiali, un completo verde e la cravatta, che ci passa vicino mentre parliamo. Dopo qualche minuto ripassa. ('Che cazzo guarda?')

Giorgia lo chiama: "Vieni qui, non fare lo scemo."

Il tizio si ferma, si volta e viene verso di noi. "Lui è Marco," dice Giorgia presentandomelo, "il mio fidanzato. Marco, lui è Lorenzo."

Per me poteva continuare a fare lo scemo girellando per il rinfresco, ma già che c'è gli stringo la mano con vigore. ('E così questo coso lungo sarebbe lui...')

"Penso di averti già visto." gli dico, guardandolo, per forza di cose, di sotto in sù.

"Quando?" chiede incuriosito.

La risposta la dò a Giorgia. "Non era lui che venne a prenderti con una Fiat 126, l'ultima volta che ci siamo visti, a Bologna?"

"Sì, è lui." risponde.

Quando vidi, o meglio intravidi, Marco a Bologna, non fu una gran giornata. Era il 1991, ottobre o novembre, non ricordo. Era passato più di un anno da quando avevo visto per l'ultima volta Giorgia a Castagno, eravamo stati alla chiesina e ci avevo riprovato clamorosamente, nonostante io avessi la ragazza, ma questo era un particolare di poca importanza in quel momento, e lei stesse già con Marco, e questo era un particolare di nessuna importanza in qualunque momento. Nel frattempo io mi ero lasciato, lei no.

Continuavo comunque a fare la mia vita, a studiare, uscire con gli amici, ogni tanto qualche ragazza, principalmente amiche...

Un pomeriggio, a Firenze, sono come sempre a casa di Carlo e Alessandro, due fratelli che conosco fin dalle scuole elementari. In camera loro, chi sdraiato sul letto, chi seduto, decidiamo cosa fare dopo cena.

"Si va a giocare a biliardo." propongo.

"E dove?", fa Alessandro, "Da Dentone o a Casellina?"

"Boh, è uguale. Però siamo in tre, bisognerebbe sentire Riccardo."

"Telefonagli" mi dice Carlo. "A proposito" continua. "Ieri ho telefonato alla Giorgia."

"Perchè?"

"Mah... così. Domenica volevo andare a fare un giro a Bologna. Ci si rompe sempre i coglioni di domenica, allora l'ho chiamata, le ha fatto piacere e s'è fissato. Te che fai, vieni?"

Lo sventurato rispose.

Giorgia quel giorno conferma quello che mi ha detto l'ultima volta alla chiesina, e cioè che negli ultimi anni si è avvicinata al Signore, che la Chiesa di sopra e la Chiesa di sotto, che mi deve ringraziare perchè stare con me l'ha aiutata a capire quali errori non avrebbe più ripetuto. In pratica si è rifatta una verginità, almeno morale, visto che quella fisica ancora non l'ha persa e non ha intenzione di perderla ancora per lungo tempo.

Per sottolineare la sua conversione ci porta anche a visitare un paio di chiese. Io invece, per sottolineare la mia coerenza, bestemmio (a bassa voce) nella canonica di una delle due chiese, dove c'è un frate che vende i prodotti del suo convento, fra i quali una bottiglietta di un liquore assassino che ci scoliamo durante il viaggio di ritorno, dopo aver visto allontanarsi Giorgia sulla 126 di questo fantomatico Marco.

In auto con Carlo sono particolarmente silenzioso, in preda ad una sega mentale incommensurabile.

'E' così cambiata', penso. 'Allora, chi amo? La Giorgia di oggi o quella di prima? E se è così cambiata, allora amo un fantasma, un ricordo? E che l'amo a fare, a questo punto? Se è un ricordo, non esiste più nella realtà, quindi è inutile che l'ami'.

Nonostante tutto, il ragionamento mi sembra giusto e decido di impegnarmi con tutte le forze per dimenticarla.

'Quasi non mi ricordo come si chiama.' rimugino. 'Anzi, non ricordo neanche quando l'ho conosciuta, e nemmeno quando io Carlo e Alessandro andammo a Riccione a trovarla....'

Interrompo il mio silenzio e mi rivolgo a Carlo, che guida: "Oh!" Lui si volta. "Ma che risate si fece quell'estate a Riccione, eh?" gli dico, con un mezzo sorrisino stampato sulla faccia.

"Ci si buttò via." Sorride anche lui. "Che te lo ricordi il francese? Come si chiamava, Francis?"

"Sì, il mulo parlante. Si chiamava Francois." lo correggo. "E te la ricordi la Paola? E quell'altra che andava dietro a Alessandro?"

"Sì, sì, che Alessandro poi un ci voleva tornare."

"Che anno era, l'86 mi sembra." Faccio un rapido calcolo mentale della data e continuo: "Sì, era l'86, perchè facevo diciott'anni precisi."

"E Cipolla?" dice Carlo.

"Chi, il babbo della Giorgia? Che elemento! Sempre serio, con quella pancia..."

"L'Adriatica poi si fece cinquanta volte..."

"Già. Noi sempre le solite fave, eh? Era troppo logico andare ad un campeggio di Riccione. No! Noi si doveva mettere la tenda a Milano Marittima e poi andare a Riccione tutto il giorno...."

"Che fave!"

"Che bischeri!"

Dopo un lungo momento di silenzio, entrambi presi dai ricordi di quei tre giorni, Carlo sospira: "Bei tempi, però."

"Già."

2 commenti:

emo ha detto...

già sai ;)

emo ha detto...

qua non si aggiorna più :P