Visualizzazione post con etichetta fili in sospeso. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta fili in sospeso. Mostra tutti i post

giovedì, agosto 16, 2007

Fili in sospeso, epilogo

21 luglio 1994

La vita non ha trame, sottotrame e svolgimenti. E' solo una grossa raccolta di finali sfilacciati e fili in sospeso che non vengono spiegati mai.

(Grant Morrison)

Dò la scusa al caldo del fatto che oggi non sono riuscito a combinare nulla: qualche appunto per la tesi, qualche pagina letta qua e là, ma niente di concreto.

Nel pomeriggio, stanco di cincischiare fra le fotocopie, ho aperto il cassetto della scrivania e ci ho rovistato dentro. Fotografie, cartoline, libri di storia, sociologia e dottrine politiche sui quali ho passato mesi a preparare esami, poi, quasi sul fondo, dentro una busta di plastica trasparente, le lettere di Giorgia. Non tutte, solo le ultime, quelle dell' '88. Le altre le ho buttate strappate bruciate chissà quanto tempo fa.

Ho preso le lettere e ho cominciato a leggerle, seduto in mutande sul pavimento. Nella busta, insieme alle lettere, un dépliant dell' Hotel La Nidiola a Riccione, delle foto fatte sulla spiaggia insieme a lei, l'indirizzo di Caroline scritto su un pezzo di carta strappato da un giornale.

Adesso, dopo cena, sono in terrazza, appoggiato alla balaustra, con in mano un bicchiere di spumante. Guardo le case dall'altra parte della strada, il viale alla mia sinistra illuminato dai lampioni, e, sullo sfondo, lontane, le luci del centro di Firenze. Se fosse giorno vedrei anche il campanile di Giotto e il Cupolone.

Alzo il bicchiere verso l'alto per qualche secondo, brindo in direzione di un vuoto che non è mai stato così pieno, e bevo lo spumante tutto d'un fiato.

Se questa storia avesse una fine, questa potrebbe andare bene.





Firenze, 10 novembre 1994 - 27 settembre 1995

Lastra a Signa, aprile - settembre 1999

Fili in sospeso, capitolo diciassettesimo

17.

"Se Dio mi voleva in pace, ci avrebbe pensato lui."

(Chris Penn: "Fratelli")

Marco è ancora al flipper, gli altri bestemmiano da più di un'ora giocando a ventuno, e ancora nessuno si è avvicinato al tavolo vicino al muro della casa del popolo dove ci siamo seduti io e Giorgia. Il mio accenno a Caroline l'ha turbata, così cerco di sminuire il suo commento, scherzandoci sopra. "Sì, vabbè, sono stato un po' figlio di puttana, ma addirittura i tre giorni più brutti della tua vita, mi sembra esagerato...."

"Comunque," mi dice Giorgia cambiando discorso, " so che si è fidanzata. Però non con il camionista."

Il camionista? Cerco di fare mente locale, poi ricordo: Caroline, così dolce e sensibile, così "francese", era innamorata di un camionista di vent'anni, me ne parlò anche in una delle sue lettere. Le donne, valle a capire.

"E poi cosa c'entri tu? Non è certo colpa tua." continua.

Mi trovo spiazzato. "Cosa?"

"Di quei tre giorni." Giorgia comincia a riprendersi dal breve turbamento di prima.

"In che senso?" le chiedo, anche se un barlume di comprensione comincia ad illuminarmi.

"Nel senso che non sono stati i giorni più brutti della mia vita per colpa tua. Non te ne prendere il merito." Mentre parla il suo sguardo si abbassa da me al tavolo di plastica bianca.

"Sì, e Gesù Cristo è morto di sonno." rispondo.

"Come?"

"Nulla, lascia perdere." Poi continuo: "Diciamo allora che a quell'epoca avevo una visione un po' ristretta dei rapporti fra persone, e che nella mia mente pensavo che provandoci con Caroline tu avresti sofferto, così mi sarei vendicato di quando sei andata con Matteo."

"Ancora con quella storia." sbuffa. "Ma ora sono cambiata. Ho capito i miei errori."

"Già, lo so." le ghigno, sarcastico. "Ora sei diventata una ragazza seria..."

"Infatti. Poi tu da me volevi soltanto una cosa...."

"No!" la interrompo. "Volevo ANCHE quella cosa, è diverso."

"...invece Marco mi rispetta." termina Giorgia, arrossendo all'istante.

Realizzo dopo un attimo il significato della frase. 'Naaaa,' penso, 'non è possibile. Ha ventitre anni. Stanno insieme da più di cinque anni....' La guardo, il rossore sta scomparendo, ma è ancora imbarazzata.

Rimango muto per un attimo. Devo cambiare discorso. "Pensavo.... Quei quaderni che usavi come diari...."

"Cosa?"

"Ce li hai ancora?"

"Sì, certo... Ogni tanto li prendo, li rileggo..."

"Sarei curioso. Mi piacerebbe leggerli... Leggere cosa scrivevi, come sentivi, come vivevi quello che ci... che ti succedeva..." Mi fermo per un attimo. "Dobbiamo restare in contatto. La prossima volta che ci vediamo, se vengo io a Bologna, se vieni te quassù, mi farebbe piacere..."

"Volentieri." mi dice. Sembra quasi contenta della mia richiesta.

"C'è scritto proprio tutto?"

"Tutto."

"Anche quando sono venuto a Bologna in treno, con Carlo, Matteo, Tommaso..."

"Che ho fatto?" dice Tommaso, in piedi sulla porta dietro di me, con un bicchiere di birra in mano.

"No, nulla." gli rispondo, girandomi verso di lui. "Si diceva di quando s'andò a Bologna in treno."

"Ah. Me lo ricordo." Dietro a Tommaso, che blocca l'uscita, spunta Marco. Tommaso si sposta e Marco esce, per mettersi a sedere di fronte a noi.

"Fra poco andiamo." annuncia a Giorgia. Lei annuisce.

"E la partita com'è finita?" chiedo a Tommaso.

"S'è vinto io e Matteo. Pennellino tirava dei moccoli..." Si sposta dalla porta e, appoggiata una sedia al muro, accanto a me, si mette a sedere.

Come se fosse stato chiamato Gianni spunta fuori dal bar, anche lui con una birra in mano. Lo guardo e sorrido. "Che hai perso?" gli chiedo.

"Camadò, un m'è entrato nemmeno una carta"

"Eeh, che tu ci vuoi fare...", comincio, interrotto dalla mano di Giorgia che mi stringe il braccio. Lascio perdere la discussione e mi volto verso di lei.

"Noi andiamo" mi dice.

"Digià?" le chiedo.

"Dobbiamo passare a salutare Carlo e Cristina." mi risponde Marco. "Poi a casa di suo nonno..."

"E tornare a Bologna." conclude Giorgia.

Come passa il tempo: mi sembrano pochi minuti che l'ho rivista e la sto già salutando.

Le chiacchiere sono state interrotte per permettere di scambiarsi i saluti. Marco si alza dalla sedia e porge la mano verso Tommaso, poi a Gianni e a Matteo. Io bacio Giorgia sulle guance. "Scrivimi qualche volta." le dico.

"Scrivimi tu." mi risponde. "Così mi dici come hai passato mercoledì prossimo." Mi fa un sorrisino complice.

Mercoledì prossimo. Dieci anni che la conosco. "Te lo posso dire anche subito.", le dico, "Prendo un bicchiere di spumante, vado in terrazza e brindo."

"Sarebbe bello, ma non lo farai."

"Vuoi scommettere?"

Marco si avvicina, la mano tesa. Mi volto e gliela stringo, sorridendo. "Tornate qualche volta quassù."

"Dipende da lei." risponde, indicando con la testa verso Giorgia, ancora accanto a me.

"A Natale sicuramente." mi dice.

"Allora ci vediamo."

"Già. Ci vediamo."

Ancora qualche altro ciao buttato a questo e a quell'altro, poi si incamminano verso l'auto, scomparendo al di là dei cespugli che dividono la Veranda dalla strada.

"E di nuovo punto e a capo."

"Come?" mi chiede Matteo.

"No, nulla, pensavo." rispondo distratto. Cammino in direzione del tavolo dove tutti sono tornati a sedere.

"E a che pensavi?" insiste Matteo.

"Cazzi miei. Che si fa stasera?"

lunedì, agosto 06, 2007

Fili in sospeso, capitolo sedicesimo

16.

"Quando incomincio a comportarmi come un cretino, niente al mondo può trattenermi."

(Orson Welles: "La signora di Shangai")

"Giorgiaaa!"

Niente.

Riprovo: "Giorgiaaa!" Sento aprire una finestra su al secondo piano dell'abitazione, poi si aprono le persiane e si affaccia Caroline.

"Adesso scendiamo." mi dice, poi chiude di nuovo persiane e finestra.

Sono quasi le nove di sera e mi trovo nel cortiletto interno sul quale si affaccia il retro della casa dei nonni di Giorgia.

La scarpinata sul Falterona e il conseguente sonno arretrato sono già stati archiviati con una dormita di un paio d'ore durante il pomeriggio, Serena è stata portata a casa dalla madre, Carlo e Alessandro sono tornati a Firenze e ora devo soltanto aspettare che Caroline e Giorgia scendano da casa per cominciare a ronzare intorno alla francesina. Non ho molto tempo, fra due giorni vanno via e sicuramente non rivedrò mai più Caroline, quindi tutto deve essere rapido.

La porta si apre ed escono.

"Buonasera mie belle signorine." dico, esibendomi in un inchino esagerato, come Arlecchino servitore di due padroni, con la gamba sinistra allungata dietro, la destra appena piegata e il braccio sinistro alzato sopra la testa con la mano che svolazza creando cerchi immaginari nell'aria.

Giorgia ha una maglia scollata nera e pantaloni, neri anche questi, in vita tiene legato un maglione bianco, di cotone. Caroline ha una gonna pantalone, una maglia con sopra dei ghirigori strani e colorati, roba francese di sicuro, e un giubbotto di jeans. Scendono dal marciapiede ed io mi metto in mezzo a loro, abbracciandole in vita. Ci incamminiamo verso il Borgo, chiacchierando della notte passata nel bosco.

"Ti sei divertito?" mi chiede Giorgia.

"Hm....ssì." le rispondo, un po' dubbioso. "Insomma, abbastanza. C'è stato qualcosa di buffo, però non è che ne avessi tutta quella voglia, di andare su." Le guardo tutte e due, prima Giorgia poi Caroline, e continuo. "Ormai era tutto fissato, e doveva venire anche quella rompicoglioni della Serena, se no un c'andavo mica più."

"Perchè?"

"Così. M'era passata la voglia." Guardo Giorgia con uno sguardo eloquente, sottolineato da un sorrisetto malizioso.

Giorgia cambia discorso e mi chiede: "Cosa facciamo stasera?"

"Boh! Unn ho voglia di muovermi tanto stasera, son tutto stronco. Si potrebbe andare alla chiesina." Poi decido di rovinare tutto. "Oppure potremmo andare all'albergo." propongo, e guardo Giorgia con occhi cattivi. "Sul dondolo, eh? Che te ne pare? Può essere un'idea."

Giorgia si ammutolisce e fissa la strada davanti a noi.

Mi volto verso Caroline. "Te dove preferiresti andare?"

"Non so" si schermisce. Ha capito che quello che ho detto ha ferito Giorgia. "Non conosco... i luoghi."

"Vabbè" le dico, sorridendo. "Decideremo tutti insieme, dopo."

Il popolo, o almeno una sua parte, ha deciso: chiesina. Alcuni sono ancora stanchi, così il gruppetto di gente che attacca la salita che porta prima in Piazza della Rota e poi alla chiesina non è nutrito come sempre. Oltre a me, Giorgia e Caroline, ci sono Gianni, Giampiero e Luana, Tiziana e Laura, Antonio e Tommaso.

Arrivati alla meta Giampiero si allontana in direzione dell'unico lampione che illumina strada e chiesina, gli tira un calcio poco sopra la base e lo spegne. Per una decina di minuti ci sarà un po' di buio, poi qualcuno gli darà un'altra pedata.

Saliamo i gradini che portano al portico della chiesa e ognuno sceglie il proprio posto sul muricciolo. I più ambiti sono quelli accanto alle colonne, dove è possibile appoggiare la schiena, e di solito ci sono le corse per accaparrarseli, ma stasera siamo talmente pochi che alcuni rimangono vuoti. Io e Caroline ci sediamo sui gradini della porta della chiesa, vicini a dove si sono sistemati Giampiero e Luana. Giorgia si mette accanto a me, in silenzio. Gli altri sono distribuiti fra le colonne della parte destra del portico, quella che dà verso la strada. La parte sinistra, che fa da confine al giardino di una villetta e che di notte resta al buio anche con il lampione acceso, e per questo è particolarmente ricercata da coppie in vena di effusioni, è rimasta vuota.

"Allora, si fa un giochino?" propone Tiziana.

"Vai, rieccoci coi giochini." sbuffa Tommaso.

"Oh!" dice Giampiero nell'oscurità, per attirare l'attenzione. "L'estate è quasi finita. Si fa il gioco della verità, almeno si scopre gli altarini di quest'anno."

"Va bene," gli rispondo, "però ti si sputtana anche te, hai capito?"

" Hm... M'importa una sega, tanto chissà che ci sarà da sapere. Si comincia?"

"Oh, la verità mi raccomando. Chi comincia?"

"Quello che risponde alla domanda, fa la domanda successiva." dice Tiziana. "Comincia te, Tommaso."

"Allora.... Luana... C'è una cosa che un ci riesce di capire: come t'hai fatto a metterti con Giampiero?"

"Così... E' simpatico, poi ha insistito tanto.."

"E poi sono il pezzo meglio." dice Giampiero gongolando.

"Sì, di merda." interviene Gianni, appoggiato al muro della chiesina, con le gambe distese sul muricciolo che arrivano fino alla prima colonna.

Luana: "Zitti. Ora sta a me." Pausa di riflessione. "Antonio... Ti piace la Francesca?"

"Via! Lei un c'è." risponde imbarazzatissimo.

"Che c'entra?" gli dico. "Te tu ci sei, la domanda l'ha fatta a te."

Antonio, titubante, risponde: "Sì, mi garbava, ma c'ha già il ragazzo." Poi, senza neanche pensarci: "Lorenzo."

"Vai, lo sapevo."

"Chi ti piaceva quest'anno?"

"Tutte, come sempre. E come sempre unn ho raccattato nulla." Guardo Giorgia e continuo: "A parte la solita zuppa. Come sempre."

Il lampione si sta lentamente riaccendendo, e vedo il viso di Giorgia che si fa teso, gli occhi che lanciano frecce incendiarie verso di me.

"Ora tocca a me." dico. Faccio finta di pensare per qualche secondo, poi sparo la bomba: "Giorgia, ascolta. Ho sentito dire che tu fai le pipe, che è vero?"

Giorgia si alza dal gradino di scatto e va verso il lato sinistro del portico, si mette a sedere sul muretto con le gambe penzoloni nel giardino della villetta, la schiena rivolta verso di noi.

"Allora." insisto. "Rispondi."

"Via!" mi dice Luana. "Smettila di fare lo stronzo."

Guardo nella sua direzione e le rispondo, a bassa voce: "Ho appena cominciato." Sto per dare il colpo finale, essere figlio di puttana fino in fondo e chiederle se posso avere una risposta da lei o devo andare da Matteo, quando Caroline, rimasta accanto a me, mi stringe il braccio destro con la mano. Mi volto verso di lei. "Basta." mi dice. "E' arrabbiata." Ha ragione, meglio smettere.

Per distrarre l'attenzione dal silenzio imbarazzante che ho creato, Tommaso si alza. "Vò a spengere il lampione." dice, e attraversa il portico in direzione dei gradini.

"Lascia fare." gli risponde Giampiero. "Un po' di luce ci vuole." Allora torna a sedere, sbuffando. Un istante di silenzio scende sotto il portico a congelare l'atmosfera tesa, poi ognuno comincia a parlare col vicino, tranne Giorgia e Gianni, soli ai lati opposti della chiesina, una a fissare il giardino buio della villetta, l'altro a guardare la strada illuminata dal lampione.

Caroline mi guarda stupita. Questo sviluppo improvviso l'ha turbata. "Perchè sei stato... così cattivo?" mi chiede.

Bella domanda. Ci penso un attimo, poi rispondo: "Perchè lei è stata cattiva con me." 'Bravo,' penso, 'scarica la responsabilità su di lei. Bel figliol di troia che sono.'

Giampiero mi chiama: "Biondo!", interrompendo il corso dei miei pensieri. "Biondo!", ripete.

"Che c'è?"

Indica con la testa in direzione di Giorgia. "Vai a consolarla." mi dice a bassa voce.

"Io? M'import'una sega." Sottolineo le mie parole indirizzando gli occhi su Caroline. Poi guardo oltre Giampiero, verso Gianni. "Mandiamoci lui." gli dico.

"Chi? Pennellino?"

"Già. Mi ricordo che alla Giorgia piaceva. Anzi, secondo quello che m'ha raccontato, quando s'andò a conoscerla era proprio persa per Gianni."

Giampiero si volta e lo chiama: "Gianni!"

"Oh!"

"Vai dalla Giorgia."

"Mandaci il biondo."

"No no!" gli rispondo. "Vai te, un ti preoccupare."

"Ma..."

Giampiero si alza, si avvicina a Gianni e gli mette una mano sulla spalla. "Ascolta." gli sussurra ad un orecchio. "Che ci vai da solo o ti ci devo portare a calci in culo?"

Pennellino si alza, toglie la mano di Giampiero dalla spalla e si incammina verso Giorgia. Quando arriva da lei si abbassa e le dice qualcosa nell'orecchio. Giorgia si sposta e Gianni si siede accanto a lei. Perdo interesse e ricomincio a parlare con Caroline.

Dopo qualche minuto Caroline, che per parlare con me deve guardare in direzione di Giorgia e Gianni, ai quali do le spalle, sgrana gli occhi improvvisamente. Sta guardando dietro di me, stupita, così mi volto. Gianni ha abbracciato Giorgia, e la sta baciando.

"Mais, mais..." balbetta Caroline, gli occhi spalancati. Sospiro sconsolato, scuotendo la testa. Giorgia appoggia la testa sulla spalla sinistra di Gianni. Mi volto di nuovo verso Caroline e la guardo abbacchiato, come un cucciolo abbandonato. "Speravo che questa fosse la volta buona, invece.... E' sempre la stessa..."

'Vai biondo!' penso. 'E' fatta!'

E invece non è fatta per nulla. Nonostante l'esca sia quella giusta non succede niente fra me e Caroline, e la colpa è mia. Senza neanche rendermene conto comincio a parlare di Giorgia, da quando l'ho conosciuta ad ora, e di quante volte le abbia detto che l'amo e delle altrettante volte che lei mi ha risposto di non crederci... A questo punto l'esca è stata vista e mangiata, ma il pesce si è sfilato dall'amo senza restarci agganciato. L'unico risultato che ho ottenuto è stato quello di far andare Giorgia con Gianni. Sono veramente un genio.

In un lampo sono quasi le undici e mezzo e per loro scatta il coprifuoco, così io e Gianni le accompagnamo a casa. Stiamo camminando quasi in fila indiana, con Giorgia davanti in silenzio, Gianni dietro di lei, mani in tasca e spalle ingobbite, e per ultimi io e Caroline.

Questo silenzio mi imbarazza, soltanto noi che camminiamo, tutti e quattro con le scarpe da ginnastica, così che non c'è neanche il rumore dei passi a farci compagnia. 'Devo dire qualcosa.' penso. 'Qualcosa di cattivo, di... di gratuito, ecco.'

Guardo la schiena di Gianni davanti a me. "Allora, Pennellino, t'è piaciuta?"

"Che?" mi chiede, senza voltarsi.

"La pomiciata, che domande! Che te la ricordi la pubblicità dell'aranciata?" Faccio una pausa e comincio a canticchiare il jingle della San Pellegrino: "E', la prima volta che, tu offri un'aranciata..."

Giorgia si volta di scatto. Sta piangendo, e tutti ci fermiamo a guardarla. "Stronzo!" mi urla. Poi comincia a correre verso casa.

Gianni e Caroline mi guardano in silenzio. Mi stringo nelle spalle e cerco di sorridere. "Avrà le mestruazioni." dico, e ricomincio a camminare.

mercoledì, aprile 18, 2007

Fili in sospeso, capitolo quindicesimo

15.

"Continuiamo così, facciamoci del male."

(Nanni Moretti: "Bianca")

"Ma puttana Eva, perchè cazzo un tu ci vuoi venire alla festa?" urlo. Serena, seduta su una delle panchine davanti al bar, mi guarda incazzata. Per fortuna sono le otto di sera, e la gente è quasi tutta a casa, a mangiare o a prendere il caffè, così quasi nessuno vede la litigata.

"Perchè non conosco nessuno." mi risponde.

Serena ha quattordici anni, ma ne dimostra qualcuno di più, lo sa e ne approfitta. Ha un bel paio di poppe e un culetto ritto e sodo esaltato dai blue jeans, e nell'insieme è una discreta pischella, anche se di faccia non sarebbe un granchè, con il naso un po' storto e gli occhi troppo vicini. Del resto, chi sono io per giudicare? E poi mi sta sulle palle, non sono obiettivo.

"Non è vero un cazzo." insisto. "A me mi conosci. Alessandro e Carlo" e li indico, seduti sulla ringhiera dietro alla panchina, "li hai conosciuti. Ora tu vieni alla festa e ti presento quegli altri, così un tu lo dici più che un tu conosci nessuno."

"Non ho voglia di venire alla festa." ribatte, e incrocia le braccia, guardandomi negli occhi con sguardo di sfida.

"Sai i'cche? Vaffanculo, va'." concludo. "La tu' mamma m'ha chiesto di portarti sul Falterona? Bene! Ci si vede a mezzanotte davanti alla chiesa e si va sul Falterona." Guardo verso Alessandro e Carlo. "Si va?"

"Ma....", fa Alessandro, indicando Serena sulla panchina. "E lei?"

"E lei, m'importa una sega di lei!" rispondo. "Ascolta, io non sto certo tutta la sera al bar a badare a lei perchè vuole farsi pregare per venire alla festa. Io un prego nemmeno in chiesa, figuriamoci lei. Poi c'è anche la Giorgia, sicchè..."

Li guardo di nuovo. "Allora?"

"Vai vai, avviati." mi dice Carlo. "Ora s'arriva anche noi."

Mi incammino verso la casa di Matteo.

La festa si svolge sulla grande veranda coperta che sta sul retro della casa, una villetta bifamiliare. La maggior parte delle vettovaglie è stata messa su un tavolo nella sala da pranzo, mentre le bottiglie più compromettenti sono in una scatola di cartone sotto il tavolo messo sulla veranda per appoggiare il radio-registratore e le cassette.

Appena arrivo mi viene incontro Tommaso. "Quegli altri due?" mi chiede.

"Ora arrivano. Sono al bar a convincere quell'altra maiala a venire alla festa."

"Quale maiala?"

"La Serena di Casale."

"Ah! Quella maiala! E perchè un vuole venire alla festa?"

"So una sega. Avrà fatto troppe pipe e gli s'è slogata la mascella."

"Chi è che ha fatto troppe pipe?" chiede curioso Matteo entrando sulla veranda dalla porta-finestra della sua camera.

"La Serena di Casale." lo aggiorna Tommaso mentre posa dei piatti di carta sul tavolo, accanto alle cassette.

"L'ho sentita rammentare. Che viene anche lei?"

"Boh." rispondo. "Dipende da Carlo e Alessandro. Per me resta al bar."

"Perchè? A te la fica ti fa schifo?"

"No no, anzi. Però lei mi sta troppo sul cazzo. Si crede d'essere chissà chi, vuol essere pregata... Ma che vada a fare in culo."

"E poi c'è la Giorgia." aggiunge Tommaso.

"Ah già." fa Matteo. "Insisti con lei?"

"Certo." Mi avvicino a Matteo. "C'è già stato un prologo oggi pomeriggio."

"Te la sei trombata?"

"No, però..."

"La su' amica è discreta." dice Matteo.

"Eh! Due colpi glieli darei anche a lei." aggiungo.

Dall'interno della casa arrivano le voci di Tiziana e Luana: "Matteo!"

"Vai!" fa Matteo. "Cominciano ad arrivare."

Mi avvicino al radio-registratore sul tavolo e premo 'play'. Un po' di fruscio del nastro, poi comincia Sunday Bloody Sunday degli U2.

giovedì, aprile 05, 2007

Fili in sospeso, capitolo quattordicesimo

14.

Credo che nella vita di tutti ci siano dei momenti di particolare intensità durante i quali le passioni vengono scatenate con forza e violenza, e altri momenti che si ricordano con meno precisione.

(Joseph S. Le Fanu)

"Allora." riassume Matteo. "Prima si fa la festa a casa mia, poi ci si va a cambiare e ci si ritrova a mezzanotte davanti alla chiesa."

La scarpinata notturna sul Falterona è un classico della prima metà di agosto che si ripete secondo modalità sempre uguali probabilmente fin da quando, negli anni sessanta, Castagno era un'agognata meta turistica.

Durante il pomeriggio inizia la frenetica ricerca di sacchi a pelo da parte di quelli che ne sono sprovvisti, mentre gli altri comprano la 'miscela' per il viaggio: vino, birra e un po' (un bel po') di superalcolici. La sera, verso le undici, sia il Bar che la Veranda si svuotano di tutti i ragazzi fra i quindici e i trent'anni presenti, ognuno diretto a casa propria per mettersi giubbotti più pesanti, maglie, scarpe da ginnastica, qualcuno più esaltato la tuta mimetica ricordo del servizio militare. A mezzanotte ritrovo davanti alla chiesa, distribuzione nelle automobili, ultime raccomandazioni delle mamme dei ragazzi più gioani a quelli più grandi, che cercano disperatamente di simulare una sobrietà persa già da un paio d'ore, e partenza verso la fonte del Borbotto, dove vengono lasciate le macchine e inizia la scarpinata verso la cima del Falterona prima, e quella del Monte Falco poi, visto che il secondo è fornito di un ampio boschetto riparato dove il pernottamento con i sacchi a pelo non è così problematico come sarebbe sul Falterona.

Quest'anno c'è una novità: Matteo ha organizzato una festa sulla terrazza di casa sua per festeggiare il compleanno di Gianni. Abbiamo già comprato salatini, patatine e Coca, e sono già state portate a casa di Matteo. Il whisky, la vodka e il vino sono in attesa della sera nel portabagali della Renault 5 di Carlo e Alessandro, venuti a Castagno per partecipare sia alla festa che alla scarpinata.

E' quasi l'ora di pranzo, io, Matteo, suo fratello Pietro, Carlo, Alessandro e Tommaso siamo a sedere attorno a un tavolo di granito del Bar e anche se ci rivedremo tutti quanti fra circa due ore Matteo ha dovuto per forza ripetere il programma della serata.

L'unico a rispondergli è Carlo. "Va bene." dice. "Però un si possono mica lasciare le bottiglie in macchina fino a stasera alle nove."

"Si portano a casa nel pomeriggio, quando escono i miei."

"Ci si vede qui alle due?" chiedo.

"Sì," risponde Tommaso, "almeno si fa un ventuno."

Ci alziamo tutti e Carlo, seguito da me e dal fratello, si dirige verso l'auto parcheggiata sul piazzale davanti al Bar in barba al divieto di sosta, tanto a quest'ora l'unico vigile è a casa a mangiare. Montiamo, loro davanti e io dietro, e Carlo fa manovra per rientrare sulla strada e andare verso Le Prata.

Parcheggiata davanti a casa mia c'è una Fiat Ritmo blu, targata Bologna.

"Cazzo!" esclamo.

"Toh, c'è la Giorgia." dice Alessandro, e si volta a guardarmi, con un sorrisino sarcastico sulla faccia. "E' da quando s'andò a Riccione l'anno scorso che un si rivede."

"Si sente se viene anche lei sul Falterona?" mi chiede Carlo, che intanto sta parcheggiando la Renault 5 proprio accanto alla Ritmo di Cipolla.

"Sul Falterona un viene di sicuro" gli rispondo. "Però dopo si va a sentire se viene alla festa."

Scendiamo dall'auto e mi avvio al cancello di casa.

"Ci si va ora?" chiede Alessandro.

Guardo l'orologio. Mezzogiorno e quaranta. "No" rispondo. "A quest'ora mangiano."

A Castagno gli orari sono legati ancora alla cultura contadina, pranzo a mezzogiorno e cena alle sette d'estate e alle sei d'inverno, solo i villeggianti rifiutano questa routine e continuano sui ritmi cittadini scanditi dai telegiornali delle una e delle venti. Per noi mancano ancora una ventina di minuti prima di metterci a tavola, così Carlo apre il portabagagli dell'auto, prende il pallone Tango Hot Play che tiene lì per i momenti di emergenza e cominciamo a palleggiare per la strada, tanto non passa nessuno. Dopo pochi minuti il pallone finisce nel ruscello che scende da Le Prata Alte e passa sotto la strada dove stiamo giocando.

Mentre recuperiamo il pallone si affaccia mia madre dalla finestra di cucina: "E' pronto."

Dopo pranzo decidiamo di prendere il caffè al bar, una scusa come un'altra per ritrovarci subito con gli amici, fare una partita a ventuno e poi iniziare a preparare la festa. Ci alziamo da tavola e, prima di uscire di casa, passando davanti alla finestra della cucina, mi stiro un po', allungando le braccia e inarcando la schiena, e guardo fuori nella piazzetta. Sedute sulla panchina appoggiata al bordo del ponticino ci sono due ragazze; una è Giorgia, l'altra non l'ho mai vista.

"Allora?" chiedo. "Si va?"

Usciamo. "Oh," annuncio a Carlo e Alessandro, "alla panchina c'è la Giorgia." Si è voltata verso di noi, così alzo il braccio e la saluto. Lei si volta a parlare con la ragazza, forse le spiega chi siamo, mentre noi apriamo il cancello e le raggiungiamo. Si alzano, abbracci e baci, poi Giorgia indica la ragazza. "Lei è Caroline" dice. "E' una mia amica francese..."

"Bongiur." dice Carlo sorridendo e porgendo la mano alla francesina. "Gesuì Sciarl."

"...ma parla e capisce l'italiano" finisce Giorgia.

"E vai con la prima figura di merda!", annuncio.

Ci presentiamo tutti a Caroline, che è molto alta per i suoi quindici anni, con due gambe slanciate, il collo lungo, un bel volto sorridente circondato da capelli castani tagliati corti, occhi scuri, una bella bocca carnosa e il naso all'insù, il vero nasino alla francese. Una bella ragazza, come se ne sono viste poche quassù a Castagno negli ultimi due o tre anni.

Finiti i convenevoli Alessandro chiede se vogliono venire con noi in paese. Rispondono di sì, così montiamo tutti e cinque in auto e andiamo verso il Bar, impazienti di sentire i commenti degli altri su Caroline.

Verso le cinque di pomeriggio lascio Carlo e Alessandro a casa di Matteo e torno verso casa a piedi con Giorgia e Caroline. Ho un'ottima scusa: un'amica dei miei mi ha chiesto di portare sul Falterona la figlia, Serena, una ragazzetta di tredici anni un po' troia, secondo le voci che mi sono arrivate, e devo cercare un sacco a pelo anche per lei. Recupero rapidamente da un vicino uno zaino verde comprato ad un mercatino militare, con dentro un sacco a pelo anch'esso verde che di sicuro non lascia passare il freddo, ma che altrettanto di sicuro pesa un quintale.

Porto a casa lo zaino, lo butto sul pavimento della cucina e torno fuori, dirigendomi verso la casa dei nonni di Giorgia. Giro la chiave nella toppa, apro la porta e salgo le scale che portano al primo piano della casa, dove ci sono la cucina e una camera. Altre camere sono al secondo piano, mentre al pianterreno ci sono la cantina e una grande stanza per gli attrezzi.

Busso alla porta della cucina ed entro. Ci sono soltanto Giorgia e Caroline, la prima in ginocchio su una sedia messa alla finestra che dà sulla strada, l'altra accanto a lei, che guardano fuori.

"O voi?" chiedo. "Che vi mettete a spiare dalla finestra come due vecchie?"

"Come mai qui? Non dovevi cercare il sacco a pelo?"

"Già trovato. E poi non potevo restare lontano da voi." Sorrido e allargo le braccia per abbracciarle mentre mi avvicino alla finestra.

"A proposito del sacco a pelo." mi chiede Giorgia. "Chi sarebbe questa Serena?"

Decido di fare il vago. "Una." rispondo.

"Una chi?"

"Una che è la figliola di due amici dei miei e che vuole venire in Falterona. E che fa delle pipe niente male, secondo quello che dicono."

Giorgia storge la bocca. "Che schifo."

"Dipende dai punti di vista." rispondo. "E poi lo dicono anche di te."

Giorgia si alza dalla sedia di scatto, offesa. "Ma non è vero."

"Lo so, purtroppo."

"E tu dillo che non è vero."

"Perchè? Un mi conviene, è tutta pubblicità." Ricomincio ad avvicinarmi alla finestra. Giorgia si è proprio incazzata di quello che le ho detto, che poi non è vero. In paese non dicono che fa le pipe, dicono che è un po' troia.

Ormai siamo l'uno davanti all'altra. Le stringo delicatamente le spalle con le mani e la guardo negli occhi, cercando di fare lo sguardo dolce e dispiaciuto. "Dai." le dico, scuotendola un po'. "Non è vero che dicono che fai le pipe. Scherzavo."

Giorgia mi guarda, ancora un po' incazzata. "Stronzo."

"Vai, l'è nova!" esclamo, e l'abbraccio.

Caroline è rimasta alla finestra. Ci guarda e sorride. Ricambio il sorriso e le chiedo: "Caroline, come si dice 'pipe' in francese?" Giorgia si stacca subito dall'abbraccio, e si volta verso l'amica.

"Pipe?" chiede Caroline. "Non so. Non conosco."

"Oui, pipe. Pompèn, fellaziò, bocchinì.... Come cazzo li chiamate?"

"Lascia perdere." le dice Giorgia. "E' una schifezza."

"E dai. Ma che ne sai? Come fai a saperlo?"

"Lo so e basta." mi risponde, di nuovo incazzata.

Mi sto divertendo, e continuo. "Allora tu l'hai fatte, eh?" e le punto l'indice sul viso, ridendo. Poi esagero, come sempre: "Brutta pipaiola che un tu sei altro!"

"Stronzo!" ripete, e si avvia di corsa fuori dalla cucina, verso una delle camere. Guardo verso Caroline e alzo le spalle, facendo un sorrisino di scusa. "L'ho fatta incazzare, eh?" le dico. Poi mi avvio verso la camera dove è andata Giorgia, cominciando a scusarmi: "Dai, Giorgia. Scherzavo. Un ti si pò di' nulla!"

Apro la porta della camera. Lei è a sedere sul letto dall'altra parte della stanza, e mi volta la schiena. Chiudo la porta, giro intorno al letto e mi metto a sedere accanto a lei, abbracciandola. " E poi mi dici sempre stronzo. Cambia un po'. Dimmi pezzo di merda, testa di cazzo, imbecille, finocchio... No, finocchio no." Sono riuscito a farla sorridere, allora continuo: "Oppure dimmi fava, bucaiolo, amore, ti voglio tanto bene, ti amo..." Lentamente, mentre parlo, completo l'abbraccio, mi avvicino col viso al suo, poi comincio a fare forza, neanche tanta a dire il vero, per sdraiarla sul letto.

La bacio, lei ci sta per un po', poi mi respinge.

"Ma... In cucina c'è Caroline."

"Bene," le rispondo, "così ci avverte quando arriva qualcuno."

sabato, febbraio 24, 2007

Fili in sospeso, capitolo tredicesimo

13.

Parigi val bene una messa.

(Enrico IV di Francia)

Il buio mi è venuto a noia. Cerco a tentoni l'interruttore della lampada sul comodino, lo premo e la luce mi esplode nella testa come un candelotto di dinamite. "Diocristo!" mugolo, stringendo gli occhi per pararmi dall'improvviso biancore che mi ha invaso. Faccio passare qualche istante poi, timidamente, alzo una palpebra. La luce penetra la fessura e colpisce l'iride, ma non con la violenza di prima. Lentamente apro tutto l'occhio, poi l'altro.

Mi giro verso il comodino, prendo l'orologio, lo guardo, segna le dieci quindici venticinque trentadue. Troppa roba. Mi stropiccio gli occhi, avvicino di più il quadrante al viso e vedo che la lancetta che avevo vista ferma sul cinque sta arrivando a scatti verso il sette. Le dieci e un quarto. Appoggio di nuovo l'orologio sul comodino, metto le braccia dietro la testa e guardo il soffitto, che è come guardare il nulla, visto che è bianco e che sono senza occhiali. Mi sento la bocca piena di colla, il fiato ha l'odore di cane morto annegato: i postumi del matrimonio e della discoteca.

'Non ho dormito una sega.' penso.

"Dormirò stanotte." concludo ad alta voce.

Con un enorme sforzo di volontà sollevo le coperte e mi alzo dal letto. Medito per qualche altro secondo seduto sulla sponda del materasso, mi gratto la barba, sbadiglio ululando come un coyote e mi metto in piedi.

Apro la porta della camera e vocio: "Buongiornoo!", per farmi sentire al piano di sotto, in cucina.

Mi lavo, mi vesto e dopo aver fatto velocemente colazione vado fuori che sono quasi le undici e mezzo. Salgo in auto e faccio il giro del paese, per vedere se trovo qualche altro reduce della nottata, ma alla Veranda non vedo parcheggiata nessuna automobile di mia conoscenza, così non mi fermo neanche, proseguo verso il Borgo ed arrivo davanti alla chiesa qualche minuto prima dell'inizio della messa.

Sono praticamente fermo a causa dei capannelli di gente che chiacchiera in mezzo di strada quando vedo arrivare Giorgia e Marco, svegli e pimpanti. Tiro giù il finestrino e chiamo: "Giorgia." Si voltano circa trenta persone ('cazzo vogliono?'), fra le quali lei e il fidanzato. Mi salutano e si avvicinano al finestrino, così che sono costretto a guardarli dal basso verso l'alto. La cosa mi rompe le scatole: sono abituato a guardare la gente dal basso verso l'alto, ma così è veramente troppo.

"Vieni alla messa?" mi chiede Giorgia.

"Si può dormire?"

"No di certo."

"Allora non fa per me. Ci si vede dopo pranzo alla Veranda?"

"Penso di sì. Ciao a dopo."

"Ciao."

Anche Marco mi saluta: "Ciao."

'Vaffanculo' penso mentre gli sorrido e gli faccio ciaociao con la mano. Riparto, completo il giro del paese passando davanti al bar di Lamberto, al forno, alla mia vecchia casa e a quella dei nonni di Giorgia, all'albergo, per poi fermarmi di nuovo di fronte alla casa del popolo. Continua a non esserci nessuno.

'Che faccio?' Rifletto per un attimo. 'In fondo don Bruno è un ganzo. E poi chissà che...' Parcheggio l'auto, scendo e mi incammino verso la chiesa, di fronte alla quale sono rimaste poche persone a parlottare. La messa è gia iniziata, così apro lentamente una delle porte laterali della chiesa ed entro nella piccola navata. Giorgia e Marco sono proprio accanto alla porta e mi vedono entrare. Giorgia sembra contenta, o forse è solo stupita, oppure mi immagino tutto io.

'Ecco a voi!' penso. 'Per la serie tira più un pelo di fica che una coppia di buoi in salita: il figliol prodigo! la pecorella smarrita! il reprobo pentito!'

Mi metto in silenzio davanti a Giorgia e ascolto l'omelia di don Bruno. Accanto a me qualcuno comincia a fare: "Psst... Psst... Oh!" Mi volto: è un ragazzo che abita nel paese vicino. "O te che tu ci giri?", mi chiede a bassa voce dopo essersi avvicinato al mio orecchio.

"Dove?" gli rispondo. "Io un ci sono mica. Io sto dormendo a casa mia, e chi dice che mi ha visto a messa è un vile bugiardo mentitore."

"Ah, ho capito." sorride. "Sei in incognito."

"Bravo." concludo, e torno a seguire l'omelia.

Dopo pranzo non prendo neanche il caffè e scendo subito alla casa del popolo. Trovo Matteo, Tommaso e Gianni nella sala interna, intenti a giocare a ventuno con il macellaio di Castagno.

"Diobono," gli dico, guardando l'orologio, "un sono nemmeno le due e siete digià a giocare a carte?"

"Siamo arrivati presto." mi risponde Tommaso.

"Me ne sono accorto. Che c'avete dimolto?"

"Questa è la prima."

"Madonna che palle." sbuffo, e vado al bancone del bar. "Un caffè" dico a Patrizia, la cugina di Giorgia, che oggi è di turno dietro il banco. "La tu' cugina?" le chiedo.

"Fra un po' dovrebbe arrivare."

Bevo il caffè, mi metto a sedere a leggere L'Unità, e ogni volta che la porta si apre guardo chi entra. Il quinto ingresso è quello giusto.

"Prendi qualcosa?" mi chiede Marco indicandomi il bancone.

"No, grazie, ho già preso il caffè." Mi rimetto a leggere il giornale e Giorgia, in attesa del fidanzato, si mette a sedere accanto a me.

"Come mai sei venuto a messa?" mi chiede sospettosa.

"Perchè, è vietato?" le rispondo continuando a guardare il giornale.

"No no, anzi. Solo che quando te l'ho chiesto io sei stato così... sarcastico."

Poso L'Unità sul tavolo e la guardo sorridendo. "Si vede che invece che sulla via di Damasco io sono stato folgorato sulla via del Borgo."

"Non fare lo stupido."

Ritorno serio. "A parte gli scherzi." le dico. "Mi è venuta voglia di andare a messa, ecco tutto. E poi ho sempre rispettato don Bruno. Fossero così tutti i preti, andrei a messa ogni giorno." Sono stato quasi sincero: rispetto veramente don Bruno. L'andare a messa ogni giorno resta comunque tutto un altro paio di maniche.

Marco si avvicina al tavolo. "Vado a fare una partitina a flipper." dice rivolto a Giorgia, facendo tintinnare un po' di monete sul palmo della mano. Dal suono che fanno gli spiccioli, le partite saranno più di una. 'Ecco, vai, levati dai tre passi.' penso.

Mentre Marco si incammina verso il flipper, chiedo a Giorgia se vuol venire a sedere fuori. Fa cenno di sì, così usciamo e ci mettiamo ad uno dei tavolini all'esterno.

"Meno male che ho preso il caffè." le dico mentre mi siedo. Sto prendendo il discorso alla lontana, ma so benissimo dove voglio andare a parare. "Ho un sonno tremendo."

"Come mai?" mi chiede Giorgia.

Mi faccio serio, aggrottando le sopracciglia. "Indovina." dico, guardandola rabbuiato. Non le lascio il tempo di rispondere. "Dopo che ti ho rivisto, dopo quello che ti ho detto in discoteca, come facevo a dormire? Mi sono messo così, al buio, a ricordare...."

"A ricordare cosa?"

"Tutto, o almeno quasi tutto. Quando ti ho conosciuta.... Quando sono venuto a trovarti a Riccione..."

"Con Carlo e Alessandro." dice, sorridendo al ricordo. "Ti ricordi quando sono venuta in gita a Firenze, e mi hai aspettato al piazzale Michelangelo per salutarmi?"

"Sì, certo. E il capodanno....."

Ora è lei a rabbuiarsi. "Quella volta ce l'avevo messa tutta..." mi dice, "Volevo che andasse bene."

"E invece..." concludo. "Ecco! Questa è una cosa che non ricordo: come mai è andato tutto a puttane, quella volta? Non riesco a ricordarlo. Eppure è roba di quanto, cinque o sei anni fa, non di più."

"Non lo ricordo neanche io."

Per un attimo nessuno dei due dice niente, poi decido di interrompere questo silenzio imbarazzante. "A proposito di Riccione..." le chiedo, "Paola l'hai più rivista? Francois?"

Mi risponde, quasi sollevata di aver cambiato argomento. "Paola la vedo ancora, non tutte le estati, ma ci scriviamo. Francois è venuto anche l'anno dopo, poi non l'ho più sentito."

"E Caroline?"

Giorgia si rabbuia di nuovo. Io sorrido. "Caroline... Ci scambiamo gli auguri a Natale e a Pasqua, poi per il resto...." Si ferma per un attimo. "Sono stati i tre giorni più brutti che ho passato..."

sabato, febbraio 03, 2007

Fili in sospeso, capitolo dodicesimo

12.

Take me now, baby,

here, as I am,

pull me close,

try to understand.

Desire is hunger,

is the fire I breathe,

love is a banquet

on which we feed.

(Bruce Springsteen: "Because the Night")

"Last Christmas, I gave you my heart, but the very next day..." Il suono della sveglia mi apre in due la testa come un colpo di scure ('Gli Wham il primo gennaio. Che inizio di merda!'). Per qualche secondo spero che Giampaolo, che sta dormendo nella branda d'emergenza che di solito sta sotto il mio letto, si alzi per spegnere la sveglia, invece niente, continua a dormire o a fingere di dormire.

"Sveglia del cazzo." biascico rincoglionito mentre mi alzo dal letto, la bocca impastata e lo stomaco in fiamme. Anche questa fine dell'anno è passata, e il 1988 è iniziato con i classici postumi di sbronza e di poche ore di sonno. Infatti devono essere le dieci, visto che la sveglia era stata programmata per quest'ora, e sono andato a dormire, anzi a sdraiarmi per guardare il soffitto che girava, verso le cinque, cinque e mezzo.

Spengo la sveglia, eliminando George Michael e l'altro pupazzetto che suona con lui, e vado verso l'avvolgibile cercando di evitare la branda di Giampaolo; non è facile, visto che è buio, sono senza occhiali e il mio senso dell'equilibrio è affogato dodici ore fa nel whisky, ma ci riesco. Il rumore dell'avvolgibile e la luce che entra all'improvviso nella camera stimolano qualche reazione da parte di Giampaolo. "Hmmm... mamma chiudi, ho sonno..." rantola, mentre si copre la testa col guanciale.

"Mamma una sega!" gli dico. "Svegliati, bisogna andare su."

A Castagno ci aspettano i suoi e i miei genitori, e ci dobbiamo mostrare arzilli, pimpanti e soprattutto sobri, quindi la colazione, fatta al bar dopo esserci lavati sommariamente e vestiti con abiti puliti che non puzzano di alcol, consiste in due caffè forti e neri, dopo i quali possiamo partire. Il traffico è scarso per tutta Firenze, e si azzera da Pontassieve in poi, così il viaggio è abbastanza rapido, nei limiti di una Fiat 126.

Verso mezzogiorno e mezzo arriviamo a Castagno, attraversiamo il paese deserto e ci fermiamo davanti a casa mia. Prima che io tiri il freno a mano mia madre è già sulla porta, e alla nostra destra sta arrivando anche la mamma di Giampaolo. Insieme a lei c'è Giorgia. Non la rivedo da quest'estate, quando c'era anche Caroline, la sua amica francese.

Guardo Giampaolo mentre scendiamo dall'auto. "Tu me lo potevi anche dire che c'era la tu' cugina."

"So una sega io." mi risponde. "L'ho vista a Natale e m'aveva detto che stava a Milano dagli altri nonni."

"Le donne son tutte bugiarde." affermo con aria grave.

"O unn era 'le donne son tutte troie'?" mi corregge Giampaolo.

"Bugiarde e troie." concludo, poi sorrido e guardo verso casa. "Ciao mamma!" esclamo, agitando la mano per salutare.

"Buon anno." dicono quasi contemporaneamente Giorgia e la madre di Giampaolo, arrivate davanti a noi. Biascico un buon anno di risposta mentre chiudo lo sportello dell'auto.

"Ciao." mi dice Giorgia, a testa bassa ma con gli occhi che mi guardano di sotto in sù, in una ottima imitazione della brava bambina timorata di Dio.

Mi avvicino per darle un bacio sulle guance, e intanto la rimprovero: "Lo potevi anche dire a Giampaolo che eri quassù, così venivi a passare la fine dell'anno con noi."

"E' stato tutto improvviso" mi dice. "Avrei dovuto passarlo a Milano."

Si volta verso casa, dove si stanno avviando Giampaolo e sua madre. "Devo andare. Pranziamo."

"Ci si vede dopo." La guardo mentre se ne va, poi chiudo a chiave l'auto ed entro in casa.

Dopo pranzo faccio una delle mie scene madri per riuscire a restare a Castagno. Nel pomeriggio sarei dovuto tornare a Firenze, ma ho accusato il timore di addormentarmi durante il viaggio di fronte a mia madre e a quella di Giampaolo che, desiderosa di ricambiare il pernottamento del figlio a casa mia, mi ha proposto di restare da loro. Così ho avuto modo di instaurare un nuovo rapporto con Giorgia, ma dopo cena il sonno è arrivato a rincoglionirmi sul serio.

Così sto dormendo con Giampaolo in un enorme letto a due piazze, altissimo, come usava un tempo, quando qualcosa mi sveglia, ma non riesco a capire cosa. Poi mi sento toccare i capelli. Deve essere stato questo che mi ha svegliato. Subito penso a Giampaolo, che nel sonno avrà spostato il braccio fino a toccarmi la testa, ma mi rendo conto quasi subito che Giampaolo è alla mia destra, e la mano è arrivata da sinistra, dove non ci dovrebbe essere niente e nessuno. In teoria.

Continuo a fingere di dormire. Sento respirare piano alla mia sinistra. Poi di nuovo una mano mi sfiora i capelli. Di scatto cerco di agguantare la mano, ma le coperte mi impediscono di essere abbastanza veloce, e il mio movimento improvviso impaurisce la persona attaccata alla mano, che cerca di buttarsi sotto il letto.

Il rumore sveglia Giampaolo. "Oh, che c'è?" mi chiede mentre accendo la luce.

"Nulla, ci dev'essere qualcuno sotto il letto." Scuoto un po' il bordo della coperta. "Oh, vieni fuori."

Giorgia si alza dal pavimento e si mette a sedere sulla sedia accanto al letto, dalla mia parte.

"Diobono, è la tu' cugina." dico a Giampaolo. "E io che speravo fosse Carmen Russo!" Mi giro verso di lei e cerco di avvicinare una mano al suo seno. "Ma devo dire che a tette sta bene anche lei..."

"Fermo, scemo." mi dice, abbassandomi la mano con uno schiaffo.

"Ooooh, io c'ho sonno!" fa scocciato Giampaolo.

"Anch'io. Senti," dico rivolto a Giorgia, "noi si spenge la luce. Se tu vuoi restare qui, stai, però un rompere le scatole, eh?"

Spengo la luce, aspetto qualche secondo, poi allungo di nuovo la mano. Nessuno si lamenta.

"Vieni un po' qui."

Si mette a sedere sul bordo del materasso, la abbraccio e la tiro verso di me. Giampaolo soffoca una risatina.

domenica, gennaio 21, 2007

Fili in sospeso, capitolo undicesimo

11.

Gli uomini si sono sempre sforzati di conservare il passato, di mantenerlo come vivo, e in questo non c'è niente di male. Altrimenti ci mancherebbe la continuità, avremmo solo l'istante. E l'istante, il presente, senza un passato, vuol dir poco o niente.

(Philip K. Dick)

Non riesco a dormire.

Sono le quattro e mezzo del mattino, sono sveglio da una ventina d'ore, dodici delle quali passate fra matrimonio, rinfresco e discoteca, ma non riesco a dormire. Ho riportato a casa Giorgia, sua cugina Patrizia e Marco, poi ho fatto tre volte il giro del paese in auto prima di passare davanti a casa, ma non mi sono fermato, ho continuato sulla strada che porta verso la fonte del Borbotto fino al punto in cui finisce l'asfalto, ho fatto inversione e soltanto allora mi sono deciso ad andare a letto.

Ma non riesco a dormire.

Sono sdraiato a letto, nel buio e nel silenzio più totali, e questa situazione di quasi completa privazione sensoriale permette al cervello di funzionare a pieno regime su altri sentieri. Ora si sta divertendo, scartabellando nei suoi archivi neuronici e tirando fuori ricordi polverosi dallo schedario contrassegnato con 'Giorgia'. Una tempesta bio-elettrica di ricordi, sensazioni, frammenti...

.....casa mia, a Castagno, una stanza buia, un camino acceso, mobili di formica, una poltrona, un televisore su un carrello, Hotel California degli Eagles dal radio-registratore sul tavolo, Giorgia e Matteo avvinghiati su una sedia, lontani dal camino, io guardo i ceppi che bruciano, le fiamme, la cenere e parlo con Giampiero, che guarda me, guarda loro, non capisce, fa per chiedermi qualcosa ma alzo il braccio, la mano aperta, 'lascia perdere', significa, 'non ti preoccupare', faccio finta che per me sia una storia passata, finita....

...Bologna, quartiere del Pilastro, l'inaugurazione di un centro commerciale, io, Carlo, Alessandro e Riccardo, mentre aspettiamo Giorgia, saliamo su un piccolo palco e in coro intoniamo una canzonaccia sconcia, lei esce proprio in quell'istante da un bar davanti al palco, ci vede, sgrana gli occhi, se li copre e rientra nel bar...

...e quell'anno che Giorgia portò Caroline a Castagno, era il 1987, ed ho ancora il suo indirizzo scritto su un pezzo del dépliant che pubblicizzava l'ennesima 'Estate musicale' organizzata da Don Bruno...

....stavolta la casa è la sua, ancora una stanza buia, un tavolo con un'incerata a quadretti rossi e bianchi, altri mobili da cucina in formica, sedie impagliate, un altro camino acceso, io seduto davanti al camino, Giorgia sopra le mie gambe, è il due gennaio e ci sono ricascato per la terza, quarta o quinta volta...

....un mese dopo, in treno a Bologna, ma non sono solo, anzi, ci sono Alessandro, Carlo, Matteo, Pietro, Tommaso e altri ancora, la giornata è divertente, prima in giro per Bologna, poi al McDonald's, infine a conoscere le amiche di Giorgia, una bella giornata davvero, ma non riesco a togliermi di dosso la sensazione di essere stato un imbecille....

...ai giardini pubblici, soli su una panchina, il sole che ci riscalda e le mie mani che si muovono dappertutto, entrano sotto la camicetta, poi scendono, si infilano sotto i suoi pantaloni, metà dita che riescono a superare anche l'elastico delle mutandine e la punta delle falangi che per un attimo arriva a toccare....

Non riesco a dormire.

Cazzo.

.

lunedì, gennaio 15, 2007

Fili in sospeso, capitolo decimo

10.

Grazie, ho passato una serata veramente meravigliosa. Ma non è questa.

(Groucho Marx)

Quando finisco di parlare, per qualche secondo c'è solo silenzio. O meglio, nessuno di noi due dice niente, perchè di silenzio proprio non si può parlare con la discoteca fuori, il piano-bar dentro e cinque o sei gruppi di ragazzi seduti ai tavolini, che vociano per superare il rumore.

Poi Giorgia mi risponde. "Ti credo." dice, e fa una pausa.

"In passato non mi sono fidata di te, molte volte..." comincia, "...ma stavolta. Che senso avrebbe dirmi tutto questo se non fosse vero?"

"Già." ribatto un po' amaro. "Che senso avrebbe?"

"C'è una cosa alla quale ho pensato spesso." continua. "Sono giunta alla conclusione che l'amore, l'amore eterno intendo, quello che dura tutta la vita, esiste davvero. Per quante persone si possa conoscere, amare, solo una è quella che ti prende, che ricorderai sempre. Ma non è detto che è quella con la quale passerai tutta la vita, se Nostro Signore non vuole. A volte Lui desidera che siano altri ad accompagnarci, a vivere al nostro fianco, e allora dobbiamo fare la volontà di Dio, quello che Nostro Signore ha deciso che sia per il nostro meglio..."

'Vi abbiamo trasmesso 'Parola e Vita: il Vangelo della Domenica'' penso. Già al primo 'Nostro Signore' ho voglia di mostrarle la mia abilità nell'inanellare rosari di bestemmie di tutti i tipi, ma ascolto l'omelia in silenzio, annuendo durante le pause.

Gianni e la sua ragazza arrivano in quel momento, e mi impediscono di chiedere a Giorgia l'applicazione pratica della sua teoria, di sostituire nomi e cognomi a quelle variabili definite come 'amore eterno', 'persone', 'altri'.

"Oh. Biondo." mi fa Gianni. "L'hai sentito?"

"Che?"

"Ci sono i carabinieri col palloncino a cento metri da qui."

"Camadò!" esplodo, e mi scuso subito con Giorgia, anche se ora mi sento meglio, più leggero. Ne avevo proprio bisogno.

"E ora che si fa?" gli chiedo. "Io sto bene, un c'è problemi, ma con tutto quello che s'è bevuto l'etilometro si fa saltare per aria."

"Bisogna trovare qualcuno astemio che guidi. Io son digià d'accordo con Mario."

"Marco non beve" interviene Giorgia.

'Ti pareva.' penso, però è proprio quello che ci vuole. Ci dirigiamo all'esterno. Faccio andare avanti Giorgia di una decina di passi, poi la seguo. Appena fuori vedo Marco sempre seduto al tavolo in compagnia del mio giubbotto. Giorgia gli sta già spiegando il problema.

"Va bene" dice Marco. "Se ci sono i carabinieri guido io."

Sistemata la faccenda del ritorno Giorgia si mette a sedere al tavolo ed io vado verso la pista da ballo. Ballo scoglionato per qualche minuto, poi esco dalla pista piena di gente e mi siedo su una panca di legno, accanto a Matteo, in crisi perchè non riesce a trovare nessuno abbastanza sobrio da guidargli l'auto.

"Te chi hai trovato?" mi chiede.

"Marco. Già che c'è, almeno che si renda utile."

"E' anche astemio, eh?"

"Già. E' astemio, va in chiesa, è bravo all'università e quando si leva gli occhiali vola in cielo con una calzamaglia rossa e blu e una 'S' gialla sul petto. Di cognome fa Clarkent. Vaffanculo lui e la maiala di so' ma', quella bucaiola!"

Matteo si mette a ridere.

Davanti a noi, in alto sull'altro lato della pista, le luci stroboscopiche lampeggiano da una decina di minuti, facendo sembrare tutto quanto, ballerini in pista e brasiliane sui cubi, gente che guarda e gente che beve, come un film al rallentatore.

Arriva Gianni, con un bicchiere di vodka alla pesca e nuove notizie.

"Oh!" ci dice, mentre si abbassa verso di noi. "Ho parlato col padrone. I caramba sono andati a dirgli che avevano già fermato diverse macchine, e che tenevano il posto di blocco per un'altra mezz'ora, poi se n'andavano in caserma."

"Che si fa? Si prova a tornare a Castagno?" chiede Matteo, che ancora non è convinto.

"Te fa' come ti pare." gli dico. Guardo l'orologio, sono quasi le tre di notte. "Io mi son rotto i coglioni e comincio ad avere anche un po' di sonno. Ora vò al tavolo e gli dico che guido io, se voglian tornare a casa bene, se no s'attaccano."

Mi alzo e vado in direzione dei tavolini. Giorgia è seduta accanto a Marco e poggia la testa sulla sua spalla destra. Il mio giubbotto è ancora lì, sullo schienale della sedia davanti a loro.

"Allora si va." avverto, mentre agguanto il giubbotto e me lo infilo addosso. "I caramba si sono levati, sicchè posso guidare io."

"Come fai a saperlo?" mi chiede Marco. "E se poi ci sono ancora?"

"Che fai, porti male? Te un ti preoccupare, sono tornati in caserma." rispondo, e intanto mi tocco mentalmente le palle. "Comunque," dico rivolto a Giorgia, "puoi sempre recitare una preghiera."

"La puoi recitare anche tu." risponde zittita.

"Meglio di no, se no si trova i NOCS invece che i carabinieri."

Fili in sospeso, capitolo nono

9.

E' per questa ragione che l'amore è così disperatamente cercato e così abilmente evitato. L'amore toglie le maschere senza le quali temiamo di non poter vivere e dietro le quali sappiamo di non poter vivere.

(James Baldwin)

Mi schiarisco la voce, tentando di trovare il coraggio di cominciare il discorso. L'inizio, la partenza, è difficile. Quando uno ha iniziato, il resto viene da solo.

Giorgia è ancora qui accanto a me, seduti sulle scale che portano ai cessi della discoteca. Del resto sono passati solo pochi secondi da quando si è seduta, anche se a me sta sembrando un secolo. E così, di punto in bianco, senza quasi accorgermene, comincio.

"Beh.... vedi...

****

.... io stavo pensando che ...insomma, mi piaci, e allora..." Senza tanti altri giri di parole, anche perchè non so più cosa dire, l'abbraccio e appoggio la mia bocca sulla sua.

Giorgia rimane per un attimo perplessa, le labbra serrate. Probabilmente è il suo primo bacio, in fondo ha soltanto quattordici anni.

Siamo seduti sul tronco segato di un albero, in un praticello ai bordi della strada che a pochi metri da qui si allarga nella piazza di Le Prata. Una catasta di legna ci copre da sguardi indiscreti, e le foglie e i rami dei pioppi piantati dal comune parano un po' del sole assassino del dopo pranzo.

Lentamente Giorgia si scioglie dall'abbraccio e mi guarda senza dire nulla. "Certo che la potevi pure aprire la bocca, mica ti mordevo" le dico. Devo sempre rovinare tutto per il gusto di una battuta imbecille.

Me ne rendo conto subito, e cerco di rimediare. "No, scherzavo. Sono contento. Davvero....

****

...sono proprio contento di averti rivisto... Era una cosa che volevo fare da tempo. Forse non lo sai, anzi, non lo sai di sicuro, ma l'anno scorso per Santo Stefano sono venuto a Castagno perchè ho pensato 'lei c'è di sicuro, così la rivedo'.. Arrivo a Castagno, giro per la strada che porta a Le Prata, arrivo nella piazza e vedo la Ritmo blu... e un'altra macchina targata Bologna.... Così ho fatto il giro del paese, mi son fermato alla Veranda dieci minuti e sono tornato giù, a Firenze... Avevo dei dubbi anche se venire oggi al matrimonio, poi ho pensato che dovevo venire, perchè ti volevo rivedere, ti volevo parlare.... Perchè, insomma, per farla breve... Oh, io ti amo... Un c'è verso, sarà imbecille, sarà stupido, sara quello che ti pare, ma io ti amo... Come? Se ti prendo in giro? Ancora... Senti, una volta per tutte: io ero una testa di cazzo, mi comportavo male, a volte mi piaceva fare il ganzino, però, quando dicevo che ti amavo, dicevo la verità... e te un tu ci credevi... Ora poi, che senso avrebbe mentire? Bisognerebbe che andassi dallo psichiatra, dal grullaio, altro che mentire. A volte farei come nei cartoni animati: un bel buco nella testa con un succhiello per vedere di farti uscire da lì, e mi chiedi se è vero, se ti prendo in giro... Ti sembra che mi stia divertendo, che ti stia prendendo per il culo? A me un mi sembra, anzi... Ma insomma, io quello che ti volevo dire te l'ho detto, un so a che serva ma te l'ho detto, e un mi sento nemmeno meglio come credevo, che dicevo 'se riesco a parlarle, a farle capire, mi sentirò meglio di sicuro, comunque vada'... Sì, una sega. Mi sembra di star peggio di prima...."

domenica, dicembre 17, 2006

Fili in sospeso, capitolo ottavo

8.

Ovunque uno si trovi, e per quanta illuminazione ci sia intorno, i rapporti umani sono un casino.

(John Updike)

La strada è illuminata dai fari dell'auto, tutto intorno buio completo, a parte i puntini gialli di altri fari che brillano nello specchietto retrovisore. Il rinfresco è finito poco dopo essere tornati col trattore, parenti e conoscenti sono andati verso le proprie case, gli sposi sono rimasti con noi finchè non ci siamo divisi nelle macchine, direzione il Gipsy.

In auto con me ci sono Giorgia, sua cugina Patrizia e Marco, seduto accanto a me, e durante il tragitto verso la discoteca si chiacchiera del più e del meno, del matrimonio, di quale musica ascoltiamo, di quello che c'è da fare la sera a Bologna e a Firenze. E' abbastanza simpatico, peccato.

Intanto siamo arrivati al Cavallino, uno spiazzo lungo la strada del Muraglione, con tre case e un ristorante-pizzeria-bar-tabacchi con annessa discoteca all'aperto, il Gipsy. Parcheggiamo le macchine, ci riuniamo tutti e saliamo il viottolo sterrato verso l'ingresso.

La pista da ballo all'aperto è piena, la musica rimbomba, sempre quella per tutta l'estate: i riempipista decisi da Radio Deejay, qualche vecchio successo degli anni '70 e '80 (Staying Alive, I was Born for Lovin' You e qualche altra hit consunta), i Gipsy Kings, tormentone dell'anno, un po' di acid-house. La solita merda, peggiorata da un D.J. di infimo ordine con un senso dell'humor da calci in bocca.

Alcune ragazze si buttano in pista a ballare, io mi dirigo insieme alla maggior parte degli altri verso i tavolini e le panche di legno. Seguo Matteo e Tommaso verso il bar, prendo una birra e, dopo il primo sorso, rutto nell'orecchio di una ragazza che mi sta accanto, volgendomi le spalle. Lei si gira e mi guarda con gli occhi spenti e un sorrisino ebete sulle labbra.

"Ciao Paola" le dico sorridendo.

"Ciaaao" mi risponde,.ubriaca fradicia. Potrei anche abbracciarla, cercare di portarla di sopra nel parcheggio e, se non mi vomita addosso, combinare qualcosa, invece la saluto con un pizzicotto su una guancia: "Ci si vede domani, passerona."

Vado verso la pista soffocando un altro rutto e ballo fino a quando la vescica comincia a dare segni di vita. Esco dalla pista e trovo Gianni.

"Vieni a pisciare?"

Annuisce e mi segue. Mentre scendiamo le scale che portano ai bagni ferma una ragazza bionda e appariscente che arriva nella direzione opposta.

"Scusa..." comincia Pennellino. "Stiamo facendo un sondaggio. Per ora s'è avuto nove risposte positive e una negativa.", e fa una pausa, in attesa di una risposta. Io ascolto stupito, il sondaggio mi risulta nuovo.

"Che sondaggio?" chiede la ragazza incuriosita.

Pennellino si fa serio e ufficiale e le domanda: "A te ti piace fartela leccare?"

Inizio a ridere, mentre la ragazza ci manda a quel paese e continua a salire le scale. Mi giro verso di lei e le chiedo, sempre ridendo: "La dobbiamo prendere come una risposta negativa?"

"Vaffanculo!" ripete allontanandosi, mentre noi entriamo nei bagni.

"Questa del sondaggio un la sapevo." dico a Gianni.

"S'è inventata io e Matteo la settimana scorsa.", e continua a ridere. "In una serata s'è avuto sette sì, cinque no e una labbrata per uno."

"Un c'è male."

Dopo aver pisciato risaliamo le scale che portano al piano-bar, lo attraversiamo e usciamo all'aperto. Gianni prosegue verso la pista da ballo, mentre io mi fermo al tavolo dove stanno seduti a chiacchierare Marco, Giorgia e le sue cugine, mi tolgo il giubbotto di jeans, lo appoggio sullo schienale di una sedia libera e chiedo se rimangono ancora al tavolino; l'anno scorso un coglione ubriaco di San Godenzo ha scambiato il suo giubbotto con il mio, e preferisco che la cosa non si ripeta. Mi rispondono di sì, quindi posso andare tranquillamente in pista: Tommaso, Tiziana, Matteo, Pennellino e altri quattro o cinque reduci del rinfresco. Dopo una decina di minuti arrivano anche le cugine di Giorgia.

"Oh! E il giubbotto?" chiedo.

"Ce l'hanno al tavolo." mi risponde Patrizia.

Aspetto ancora altri cinque minuti, poi esco dalla pista e vado in direzione del tavolino. Mentre arrivo vedo che Marco è solo col mio giubbotto. Giorgia non è venuta a ballare, può essere solo in un altro posto.

E' l'occasione che aspetto da tutto il giorno, così passo oltre il tavolo, proseguo all'interno del piano-bar e mi apposto a sedere sul primo gradino delle scale che portano ai bagni.

Saluto un paio di ragazzi che stanno salendo, poi altre due ragazze scendono chiacchierando tra di loro, e infine sale Giorgia, che mi guarda, stupita di trovarmi lì a sedere.

"Cosa fai?" mi chiede.

"Aspettavo te."

Si siede accanto a me, con una mano si sposta i capelli che le sono scesi sul viso, e mi guarda, in attesa.

'Eccoci all'acqua.'